Cosa unisce Scotellaro e l’Europa?

Cosa unisce Scotellaro e l’Europa?

Un piccolo territorio come la collina materana e un continente intero? In realtà non mi sono dato risposte, anzi le domande sono aumentate. Qual è il tratto che unisce percorsi letterari ai processi economici, geopolitici e storici? Mi sono detto non troverò la risposta perché forse la domanda è sbagliata. Non cosa unisce ma cosa differenzia. E la diversità diventa un valore non replicabile. Un valore che unisce e separa.

Negli anni 50 si sviluppa, forse per la prima volta, in maniera strutturata il concetto di geopoetica. Una poetica legata al territorio e determinata dai contesti sociali e paesaggistici. Il paesaggio culturale diventa, finalmente, elemento valoriale e unico. La poesia e il poeta si arricchiscono di una nuova coscienza, una coscienza geografica. E di conseguenza una coscienza sociale e una consapevolezza anche del ruolo di guida del poeta. Questa guida che percepisce le storture e le definisce. E penso come la poesia ci ha indicato anzitempo gli sviluppi dell’economia e dal Pil composto da indicatori numerici.

E cito lezioni di economia di Scotellaro: “Ti ho chiesto tante altre cose, del cisto, del mirto, dell’inula viscosa, / nomi senza economia. / Mi hai risposto tra l’altro, che un padre che ama i figli può solo vederli andar via”.

Di una economia, di uno sviluppo senza crescita consapevole, di incompatibilità tra sfruttamento all’infinito delle risorse in un pianeta dalle risorse limitate (per usare concetti cari alla Decrescita felice). E qui il poeta guida, ci indica di ridefinire gli steccati e riprendere ciò che avevamo conservato. E ridefinire verso dove? “Le aree interne più conservano e meno sciupano”. Lo aveva intuito anche Cicerone ai suoi tempi. È da queste aree interne, del sud, del cuore degli appennini, che bisogna avere il coraggio e la forza di ripartire come ha anche evidenziato Fabrizio Barca, già ministro della Coesione. È la poetica che si fa civile, la geopoetica, che ci indica di nuovo il percorso e l’azione.

Tra le infinite definizioni quella che più mi ha sempre fatto pensare è: “È un figlio del Sud”. Avete mai visto una famiglia del sud, abbandonare i suoi figli? Eppure lui è stato abbandonato e tradito. Ma tradito dai traditori del sud e da quella politica che non era al servizio della comunità ma arroccata su se stessa. Scotellaro venne abbandonato anche da quegli intellettuali del variegato mondo di sinistra che avevano rimosso l’insegnamento gramsciano sul legame tra intellettuali e semplici.

Non voglio immaginare Scotellaro come un santino, come un santo laico e proletario. Mi piace lo Scotellaro definito da Montale come colui “in cui l’accento non batte sulla letteratura ma sulla vita”.

Quel Rocco Scotellaro che definisce il senso di libertà: “Ho perduto la schiavitù contadina, / non mi farò più un bicchiere contento, / ho perduto la mia libertà”.

Una libertà lontana anni luce dall’individualismo, una libertà diversa non di singoli uomini. Una libertà fatta di condivisioni, di società, di coesione, di capitale sociale, una libertà in comune, di comunità di destino. Racchiuso in un bicchiere di vino. Vino elemento rurale per eccellenza e carico di infinite simbologie comunitarie.

Friedman, il sociologo che ha anche frequentato Tricarico per i suoi lavori e saggi, in un’intervista a cura di Pancrazio Toscano, definisce “personalismo” e “legalismo” queste dinamiche che impediscono qualsiasi spinta positiva. Lo sviluppo locale non è una difesa dall’esterno, anzi. Per quanto sia locale non è mai una chiusura verso l’interno ma è un’apertura all’esterno con circolazione di saperi e persone.

Scotellaro ci descrive sì un mondo rurale, le sue contraddizioni, una società incapace di generare una qualsivoglia forma di sviluppo. Ma in Scotellaro c’è una spinta al mattino, all’alba nuova. “Venga il mattino per i giovani del 1953 / E sulle bocche arse rispunti il sorriso”.

E forse qui ho trovato una delle risposte. Ecco cosa unisce l’Europa. Gli uomini e la speranza per un’Alba sempre nuova.