La gastronomia della Basilicata rispecchia il suo territorio e le sue vicende.

Una terra densa di profumi, spazi aperti, sensazioni, storia e contaminazioni che confluiscono nella cultura lucana del buon mangiare. I cibi possono appartenere alla tradizione contadina o risentire degli echi della storia e delle popolazioni succedutesi.

Gli antichi romani qui scoprirono e divulgarono la salsiccia detta “lucanica” o “luganega”. Cicerone, Marziale ne apprezzarono le qualità, Apicio fornì la ricetta, Varrone scrisse: ”Chiamiamo lucanica una carne tritata, insaccata in un budello, perché i nostri soldati hanno appreso il modo di prepararla dai lucani”.

Un viaggiatore e scrittore inglese dell’ 800, Edward Lear, descrive così la sua esperienza culinaria durante il soggiorno a Venosa: ”La cucina è molto più elaborata di quanto sia solito trovarsi nelle province; viene consigliato di assaggiare, in particolare, questo piatto di

seppie, o di fare giustizia a questi funghi. I vini, poi, sono il non plus ultra, e le piccole olive nere le migliori al mondo: il tutto servito con buon gusto.

Una cucina quella lucana in cui anche gli ingredienti più poveri e umili della civiltà contadina diventavano, a dire di Carlo Levi, piatti saporiti: “su quel fuoco coceva, con le scarse risorse del paese, dei piatti saporiti…” e pieni di antichi e perduti aromi, “profumi annunciatori di una barbara delizia”.

In una guida UTET degli inizi del ‘900, i vini lucani sono descritti tra i migliori d’Italia: “ Tra i migliori d’Italia sono i vini della regione Vulturina…”.
Un vitigno, l’aglianico, che venne introdotto dai greci nel sud Italia tra il VII-VI secolo a.C e i romani denominarono “Vitis Ellenica” decantato dal poeta latino Orazio, nato a Venosa, il quale tornava nella sua terra natia anche per poterlo degustare insieme alla zuppa lucana di ceci e porro.