di Sergio Palomba 

Aggiungere considerazioni alle tante ormai in giro, in merito al Coronavirus, può passare come il tentativo di guadagnarsi una ribalta mediatica. Nel mio caso, però, non ce n’è bisogno e sia chiaro: non è necessariamente un’affermazione felice, perché a volte essere identificabili, tracciati o tacciati nelle proprie azioni è tutt’altro che appagante.

Credo però che troppo, negli ultimi giorni, abbiamo finito col concentrarci sul “si dice” piuttosto che sull’effettiva realtà.

Dal dedalo di vicoli virtuali di Whatsapp, apprendo di persone che si preoccupano del proprio collega di lavoro, delle sue frequentazioni, della sua integrità fisica e sanitaria, salvo poi scambiare le botteghe di fruttivendoli e salumieri come novelle boutique o, ancor peggio, come surrogati dei saloni di bellezza o dei bar, e deduco che si tratta di gente che cerca pretesti per non restare a casa e prova ad addossare al vicino le proprie – gravi – responsabilità. Apprendo inoltre di elicotteri che nottetempo avrebbero dovuto riversare sulla città sostanze disinfettanti, manco fosse i Vietnam col napalm. Qualcuno mi chiede addirittura se io lo ritenga plausibile, poi dal Comune annunciano che, a breve, partirà la disinfezione delle strade da terra. E ancora: da Facebook apprendo che qualcuno ha addirittura falsificato i post di una redazione che lavora giorno e notte per diffondere corrette informazioni per provare a dare le coordinate che aiutassero a risalire all’ultima contagiata in provincia di Matera.

Come se fosse una battaglia navale.

Le navi lasciamole nei porti, la battaglia – invece – proviamo a farla nostra.

Oggi, come non mai, la battaglia contro questo virus insidioso si vince stando a casa e proprio così, ne sono convinto, ognuno di noi può provare ad attivare gli anticorpi contro l’ignoranza, la superficialità, la cattiveria.

Iniziate a spiegare a chi vi manda le foto delle sue escursioni nella città deserta, manco fosse a Chernobyl nell’86, che l’unica cosa che vi suscitano è compassione, se non disgusto; che ogni fake news condivisa genera dei mostri che manco Jurassic Park e che per abbatterli ci vuole ben più del Vietnam.

All’ufficioso, rispondiamo con l’ufficiale; al trasgredire che “fa figo” rispondiamo col “fanculo”.

Stare chiusi in casa, d’altronde, non è così male. Ve lo dice uno che ha iniziato l’isolamento ben prima che lo ordinasse il Governo, a causa della distanza ravvicinata con il primo dei contagiati che ha dato lo start al cronometro lucano.

Non mi sono mica messo a contare quanta pasta c’è in un sacchetto, semmai ho messo in ordine i film o i libri che non avevo ancora letto; poi li ho affrontati faccia a faccia.

Ho perfezionato le mie capacità in cucina, non andrò a Masterchef ma potrò preparare un pasto buono per mio figlio che finalmente, oggi, potrò rivedere fuori dai contorni di uno smartphone. Ho preso nota dei giochi da poter fare con lui nei prossimi giorni, riflettuto su come essere un padre migliore, scoprendo di poter essere in grado di fare ancora tanto altro.

Ho dato un valore ancor più forte alla famiglia, serviva la distanza ravvicinata, e ai sentimenti: amare ed essere amati è una realtà che da germogli e frutti saporiti e nutrienti.

Ho capito che i social sono una partita persa se non sai giocare e ho preferito coinvolgere pochi – ma buoni amici e colleghi – in un aperitivo o in una riunione di lavoro virtuali.

Ho capito definitivamente che la tv non è sempre necessario che sia accesa, a volte lo schermo nero è più definito di un qualunque canale HD se ci riversiamo dentro le nostre riflessioni.

Quali sono le mie?

Innanzitutto che questo Coronavirus è sicuramente una criticità ma anche un’opportunità: quella di mostrare al mondo chi è veramente l’Italia. Se lo facciamo tutti, fino in fondo, l’Europa domani non sarà più la stessa e se superiamo un po’ di timori reverenziali può esser pure che cambiamo il Mondo. Questo virus, poi, è una lezione per gli adulti, o presunti tali, poiché stranamente non colpisce i bambini: dobbiamo riconsiderare, casomai l’avessimo già fatto, che sulla Terra siamo ospiti della Natura e che forse i livelli di inquinamento che calano di botto sono un monito e non una semplice conseguenza.

In ultimo, non ha senso lamentarsi oggi dei gesti di affetto che non riusciamo a esternare. Ne abbiamo compreso il valore? Finalmente? Bene! Riflettiamoci un altro po’ e da domani, quando sarà perché sarà, facciamocene portatori sani.

Insomma: riflettiamo su come abbiamo vissuto fino ad oggi, su come stiamo vivendo e come vorremmo vivere e trasformiamo quest’ultimo anelito in un obiettivo.

Ma dobbiamo essere forti anche nella memoria, ricordarcene domani, perché questa non è una partita di calcio sulla quale sbranarsi la domenica per poi ritrovarsi il lunedì mattina al bar.

Questa è la partita della vita e oggi, come domani, i bar resteranno chiusi, ancora per molto.

 

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