Crisi della cultura o tradimento degli intellettuali?

…Ciascuno in questa complessa vicenda gioca un ruolo e porta una responsabilità. Nessuno può chiamarsi fuori.”
Nessuno può chiamarsi fuori, soprattutto oggi. Stiamo vivendo uno di quei periodi in cui non è la crisi della cultura a incidere sui processi e comportamenti ma peggio è il tradimento della cultura per mano dei suoi protagonisti: gli intellettuali.
Un tradimento del loro compito e funzione all’interno delle comunità e dei processi della vita collettiva.
Si sono smessi i panni scomodi di mediatori sociali, si ha timore di usare la parola contraria, si rincorrono ruoli di esperti, consulenti, influencer.
La cultura diventa eventificio e i luoghi subiscono il processo di disneylandizzazione. Luoghi in cui avviene uno scollamento della realtà, che si rianimano per un mese dopo undici di coma. Si costruiscono narrazioni, giungendo a negare la realtà, infilando retorica. E le voci fuori dal coro, che guardano fuori dalla finestra e non nello specchio, che indicano le distorsioni, vengono emarginate perché scomode, irritanti, moleste.
Tanti, troppi in Basilicata i paesi dove non esistono librerie, biblioteche, edicole, spazi di aggregazione culturale e di confronto, dove l’unico spazio di aggregazione che resiste è quello della Chiesa.
Ma non è un fenomeno che colpisce solo i piccoli paesi ma in diverse forme anche i centri più grandi.
Emblematico è il caso Matera, città senza teatro ma luogo per eccellenza di fiction. Luogo in cui si è coltivato rumore sottraendolo al silenzio monastico e rurale, sottraendo e non aggiungendo valore.
E spesso in assenza di confronto sulla realtà e ci si è rifugiati alla ricerca di una identità ideale.
Ogni paese della Basilicata si è messo alla ricerca di un padre nobile, di un antenato famoso.
Chi aveva il compito di animare le comunità ha scelto di mettersi al servizio di qualcosa di minimo, falsando di fatto il ruolo di guida, di dibattito, di confronto e tradendo la parola stessa come pensiero forte, di visione, di dichiarazione della realtà.
Gli intellettuali sono diventati manager 3.0 con azioni imperniate sulla comunicazione. Il dialogatore, creatore di spazi di relazione, di confronto e di critica, scompare dalla geografia umana dei paesi e con lui il sistema di scambio e di “economia delle esperienze”. Gli subentra il “comunicatore” che è il nuovo vate e sciamano.
La cultura ha subito una involuzione e suoi protagonisti ne hanno accompagnato il declino mascherando ogni sussulto come una nuova e diversa rivoluzione.
Un nodo mai semplice da sciogliere è la capacità dai far interagire il patrimonio culturale e la produzione di reddito.
Una cultura che sia datore di lavoro senza smettere di essere un datore di valore.
Su questo campo dovrebbe intervenire una buona Amministrazione, orientando i fondi pubblici verso azioni che sappiano far interagire la valorizzazione/tutela e reddito avendo come stella polare il bene comune di un territorio e delle sue specificità.
Una consuetudine, invece, appare quella di distribuire fondi attraverso criteri che non guardino al merito e nemmeno alla razionalità quantitativa e qualitativa.
Facendo un lavoro di memoria e confrontando i tempi il pensiero va alla grande crisi del 1929 negli USA.
Roosevelt applicò le teorie keynesiane dell’intervento pubblico finanziando scuole, l’editoria, gallerie, catalogazione di archivi, e sovvenzionando scrittori, artisti, musicisti e attori. Con queste azioni gli Stati Uniti superarono la crisi e determinarono la cultura nei tempi seguenti.
In Basilicata non abbiamo la portata numerica per poter aspirare ad avere una tale produzione di capitale culturale e intellettuale ma ciò non può essere un alibi per distrarre fondi dalla cultura.
Un’azione del genere può contribuire a ridare forma all’identità territoriale e produrre una diversa consapevolezza di sé, del proprio territorio e di una nuova idea di futuro.
Ma poi mi chiedo se in fondo è veramente quello che si vuole.
Creare consapevolezza, costa più fatica che sedurre con specchietti e perline, e soprattutto rischia di moltiplicare le voci critiche e ridare forza alle voci silenziate.
Ognuno, oggi più che ieri, è chiamato ad assumersi le responsabilità del proprio ruolo, a usare la parola come strumento di costruzione e a riattivare la funzione sociale della cultura senza ripiegarsi nell’onanismo o trincerarsi nel proprio circolo.