Confondere la crescita con sviluppo e benessere sociale non e’ una buona pratica per uscire dalla crisi. Tutti nel mondo vogliono aggredire la maledetta crisi che in molti hanno prodotto ma e’ meglio stare attenti agli equivoci.

Ipotizzare la crescita solo numerica a volte diventa un azzardo perché’ ci si rivolge a soluzioni che sono state la causa della crisi stessa. Non dimentichiamo che la crisi e’ soprattutto di origine finanziaria e si e’ molto indirizzata unicamente all’estrazione di valore, trascurando tutti i processi di produzione di quel valore stesso.

E’ bene ricordare che si produce valore quando si mettono in campo meccanismi generativi di beni materiali e immateriali, quando si costruiscono case, quando si realizzano nuove forme energetiche, quando si offrono servizi, oppure si inventano nuove medicine o macchinari migliori dei precedenti e anche quando si scoprono nuove ed efficienti forme di coltivazioni sostenibili.

Si estrae solo valore quando invece si specula sui prezzi delle case, dei prodotti alimentari e agricoli, sui beni energetici come petrolio e gas e si ostacola l’uso di energie alternative. Si specula sul valore quando servizi essenziali come l’assistenza sanitaria, la pubblica istruzione, l ‘indennità’ di disoccupazione, la previdenza sociale (assistenza d’invalidità’ e di vecchiaia), l’accesso alle risorse culturali, la difesa dell’ambiente naturale escono dal circuito del welfare di Stato. Trionfa il valore quando si impone il ricatto del lavoro precario, dell’esubero o l’aumento dei ritmi di lavoro a salari uguali o addirittura quando si decide quale malattia sia meglio curare a favore del profitto.

Si entra in un circuito economico lontano da quello industriale di produzione di valore attraverso la creazione di beni e merci. Quel capitalismo era, ed e’, impostato sull’investimento, sulla produzione di “merci” e sulla loro successiva vendita al ne di procurare un “utile”.

L’obiettivo del capitalismo finanziario e’ teso a estremizzare ogni possibilità’ di facile profitto concentrando il maggiore valore estraibile ovunque e in ogni momento senza produrre nessun benessere diffuso ma distribuendo una crescita circoscritta a pochi ambiti finanziari.

La differenza tra capitalismo industriale e capitalismo finanziario, tra produzione ed estrazione si può’ comprendere con la formula D1-M-D2. Questa e’ usata per indicare che una quantità’ di denaro D1 serve a produrre una quantità’ di merce M che a sua volta produrrà’ altro denaro D2. La differenza tra D1 e D2 sara’ il profitto. Nel capitalismo finanziario il denaro viene fatto circolare in mercati finanziari per produrre altro denaro , quindi la formula di diventa D1-D2, escludendo di fatto M, la produzione di merci.

Il capitalismo finanziario esce, quindi, dall’apparente astrazione e si trasforma in una mega- macchina sociale che non ha potere ma e’ il potere. Il concetto di Mega-macchina sociale venne già’ definito da Lewis Mumford (1895 -1990) sociologo statunitense ed e’ stato recentemente ripreso dal prof. Gallino in uno studio sulla ciclicità’ e la cinicità  del mercato definito Finanzcapitalismo . “Mega- macchine sociali: cosi’ sono state definite le grandi organizzazioni gerarchiche che usano masse di esseri umani come componenti o servo-unita’ di tal genere esistono da migliaia di anni. Le piramidi dell’antico Egitto sono state costruite da una di esse capace di far lavorare unitariamente, appunto come parti di una macchina, decine di migliaia di uomini per generazioni di seguito. Era una mega- macchina anche l’apparato amministrativo-militare dell’impero romano. Formidabili mega-macchine sono state nel Novecento anche l’esercito tedesco e la burocrazia politico-economica dell’Urss.

Il finanzcapitalismo e’ una mega-macchina che e’ stata sviluppata nel corso degli ultimi decenni allo scopo di massimizzare e accumulare, sotto forma di capitale e insieme di potere, il valore estraibile sia dal maggior numero possibile di esseri umani, sia dagli ecosistemi. L’estrazione di valore tende ad abbracciare ogni momento e aspetto dell’esistenza degli uni e degli altri, dalla culla alla tomba o anche all’estinzione. Come macchina sociale il finanzcapitalismo ha superato ciascuna delle precedenti, compresa quella del capitalismo industriale, come prova la sua estensione planetaria e la sua capillare penetrazione in tutti i sotto-sistemi sociali, e in tutti gli strati della società’, della natura e della persona.”

Il salto dal post-fordismo al neoliberismo sfrenato ha creato un processo di finanziarizzazione della società’ e dei suoi sistemi sociali creando una legittimazione morale che ha permesso la deregolation dei mercati, la mancanza di controlli e numerosi vuoti legislativi. Forse un passo avanti verso l’uscita dalla crisi con azioni orientati a vere politiche di sviluppo avverrà’ quando si smetterà’ di parlare di finanza creativa per spostarsi verso una finanza etica in cui il maggior valore estraibile sara’ quello del benessere collettivo diffuso.

Un cambio di paradigma e di approccio culturale in cui, per usare le parole di Serge Latouche economista francese, “l’indicatore della ricchezza non dev’essere piu’ il reddito monetario, ma la disponibilità’ di beni necessari a soddisfare i bisogni delle persone.”

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