La storia di dodici donne lucane raccontata in un documentario di Marcella Conese e Manuela Taratufolo, prodotto da Filcams-Cgil di Matera, con la regia di Mario Raele e la realizzazione di Rvm Broadcast: un vero e proprio manifesto della condizione femminile in Basilicata.

 

di Emilio Oliva

E’ diventato un manifesto della condizione femminile in Basilicata. Attraverso le storie di dodici lucane, il documentario “La forza silenziosa delle donne” indaga nelle complesse relazioni della società e della famiglia proponendo una lettura inedita e inattesa di una battaglia per l’emancipazione della donna che ha solide basi, ma non è ancora conclusa.  Un documentario pensato per le donne, realizzato dalle donne, raccontato dalle donne. Autrici di questo lavoro sono due sindacaliste legate da una profonda amicizia e dalla condivisione di esperienze cruciali nella Cgil, Manuela Taratufolo e Marcella Conese, che si sono avvalse della consulenza di Giovanni Caserta, critico letterario e protagonista della vita politica della regione fino agli anni ’80, e della regia di Mario Raele, della società RVM Broadcast Matera. Prodotto da Filcams Matera, con il patrocinio di Matera 2019, e tradotto anche in inglese, il documentario è stato presentato allo scadere dell’anno domini della capitale europea della cultura, quando si stavano quasi spegnendo i riflettori sugli eventi di un anno fuori dal comune, ma è forse il progetto più interessante realizzato nel 2019 e lasciato come eredità di quella esperienza.

La presentazione del documentario durante gli eventi di Matera 2019

Ritengo sia un documento di grande interesse storico, sociale, politico, ma anche antropologico. Le interviste – racconta Caserta – registrano il cammino faticoso che queste donne in campi diversi hanno compiuto. Viene proposto uno spaccato sulla evoluzione in senso democratico e sociale che stava avendo la società italiana. Gli effetti si notavano soprattutto nel Sud perché si partiva da una posizione più svantaggiata. Si tratta di una indagine fatta dal vivo, intervistando donne che nel secondo dopoguerra, con la conquista del diritto al voto, si aprirono al mondo della politica, del sociale, del lavoro, ma anche donne che parteciparono attivamente, insieme agli uomini, alla occupazione delle terre ed ebbero un ruolo importante nella educazione civile e sociale dei contadini, non limitandosi a fare opera di propaganda. Si riscopre anche come alcune donne, pure  emarginate, siano riuscite a riscattarsi puntando sull’istruzione.  Era il clima di quegli anni a favorire questa spinta, e non solo per il contributo della scuola. Si andava a votare e c’era bisogno di saper usare anche la matita per esprimere il voto. Si aprivano le scuole serali, si leggevano i giornali e soprattutto i partiti con una forte vocazione popolare, il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana, con motivazioni diverse ma convergenti, il solidarismo cattolico da una parte e il pensiero socialista e comunista dall’altra, favorirono questo processo. Dal documentario si coglie infine un’istanza, che nasce dal risveglio dei tempi nuovi, e quindi dalla democrazia,  che è quella del riscatto, della necessità  di affacciarsi alla vita e di partecipare, verso una libertà che, si capisce,  è innanzitutto autonomia  e libertà dal bisogno, e quindi un lavoro, perché la vera libertà si può trovare solo se si ha un lavoro”. 

Manuela Taratufolo e Marcella Conese avevano iniziato a lavorarci quasi due anni prima, mosse da molteplici motivazioni, fra le quali anche l’intento di tradurre in un documento la testimonianza della loro militanza sindacale ed il patrimonio culturale acquisito in tanti anni di lotte e mobilitazioni, di vertenze e rivendicazioni. “Io e Marcella abbiamo lavorato dal 2001 al 2016 in tandem, avendo un’intesa forte sugli obiettivi della nostra azione. Questo ci ha permesso di concretizzare, con il documentario, ciò che con il nostro lavoro proviamo ad affermare ogni giorno”, spiega Manuela. L’impronta delle due sindacaliste però traspare solo in controluce. La loro “presenza” è silenziosa come la forza delle protagoniste di questo racconto, delicato e al tempo stesso profondo. Sì, perché il documentario non è un banale collage di storie, ma una sorta di racconto unico che abbraccia un universo femminile esemplare, una storia di emancipazione autentica e prepotente, non dichiarata, ma attuata in privato giorno dopo giorno. Malgrado le differenze di estrazione sociale, di ruolo, di età, di cultura, la voce delle dodici donne intervistate dalle due autrici si fonde assumendo un solo timbro. E’ la storia di mamme, di lavoratrici, di mogli che idealmente non sono mai state subalterne, per aver avuto sempre piena coscienza del loro ruolo, vivendo con orgoglio il proprio lavoro, in ufficio, nei campi o tra le mura domestiche, e proprio per questo hanno evitato ogni conflittualità con l’altro sesso. L’antagonismo con l’uomo si percepisce dalle loro parole, ma non assume mai i contorni di uno scontro, non nasconde propositi di rivalsa né si traduce in una condanna. 

“Sono stata il primo segretario donna – osserva Manuela – nella storia della Cgil materana. E sarei ipocrita dicendo che è stato tutto semplice. Al contrario, è stato tutto complicato. Ciò che mi ha fatto vivere in naturalezza quella esperienza era il fatto che mi dicessi “posso”. Questo principio l’ho ritrovato nelle storie di quelle dodici donne che abbiamo incontrato, perché dimostrano che le donne possono fare tutto. E’ solo un problema culturale. La questione della parità di genere non ha altri retroscena. Le protagoniste del documentario, straordinarie, ci hanno caricato positivamente con i loro racconti. Ci sono apparse sagge, determinate, mai rinunciatarie. E con una forza capace di trasformare gli schiaffi e le delusioni in affermazione della diversità. Ognuna di loro si è aperta come mai ti aspetteresti da una donna lucana. Abbiamo girato per un anno e alla fine abbiamo raccolto una quantità di materiale enorme. Circa un’ora di intervista per ognuna delle protagoniste. Quattro di loro ce le ha indicate il professor Giovanni Caserta. Lui è stato davvero speciale, la nostra anima, il nostro regista in seconda insieme a Mario Raele”, rivela Manuela. 

Il regista ha voluto che la telecamera entrasse in modo discreto nelle dodici testimonianze. “Sono stato il ricamatore, mi si passi il termine, delle idee e delle visioni di quelle donne – dice Raele – cercando di non essere mai invadente e concentrandomi soprattutto sui volti, ancorché su immagini di repertorio. Mi interessavano molto. Volevo che parlassero anche con la loro presenza muta e spero di esserci riuscito. La telecamera è diventata il prolungamento dei miei occhi mentre ascoltavo, affascinato, quei racconti. Spesso ne siamo stati coinvolti e alla fine di ogni intervista siamo ritornati a casa arricchiti. Le riprese sono state sempre fatte nel pieno rispetto delle intervistate e senza alcun effetto in postproduzione. Faccio questo lavoro ormai da trent’anni ma realizzare questo documentario mi ha gratificato. Portarlo a termine è stato davvero un onore per la mia società, la RVM, che ha creduto molto in questo progetto”.

Le dodici donne del documentario sono Maria Rosaria Cambio, materassaia, che nel frattempo è venuta a mancare, Marianna Canali, maestra, Filomena Di Canio, operaia tessile, Cetti Fiorino, ostetrica, Adriana Garramone, la prima donna lucana ad essere entrata in magistratura, Rosa Losurdo, pantalonaia, Maria Murlo, lavoratrice emigrata, Chiara Rondinone, massaia, Maria Santomassimo,  che ad Aliano ha avuto il primato di essere la prima donna sindaco in Basilicata, Giulia Spinelli, bracciante agricola, Titti Venezia, la prima consigliera regionale, Carmela Zasa, dirigente del Pci e attivista della Cgil. “Il messaggio che lanciano le loro testimonianze è che le donne, pur da un osservatorio molto svantaggiato, che era quello dell’analfabetismo, della povertà, della carenza di mezzi, riuscivano ad osservare il mondo esterno in maniera molto moderna. Tant’è che in alcune delle loro storie si coglie anche un rapporto con il proprio uomo che è all’avanguardia. Il documentario mi ha sorpreso per questo. E mi piace che consegni alla società lucana un modo di pensare che probabilmente andrà perduto. Mi auguro che si tragga l’insegnamento che quelle donne, malgrado le condizioni del loro tempo, ce l’hanno fatta.  Le ragazze di oggi, che hanno i mezzi, possono studiare e andare dove vogliono, devono essere ancora più determinate rimuovere gli ostacoli che si frappongono alla loro emancipazione. Nel documentario la donna magistrato usa una espressione efficace affermando che bisogna essere inesorabili”, riflette Marcella Conese. Una tredicesima storia non ha trovato spazio nel documentario, ma è stata evocata soltanto dalla foto di una stretta di mano. “Era quella di una donna di San Mauro Forte, Maria Antonia Marinaro, bellissima, che negli anni ’40 partorisce senza aver vicino il marito, arrestato ingiustamente in una retata. A dorso di un asinello lei parte dal paese con il bimbo in fasce e dopo due o tre giorni di cammino raggiunge il marito in carcere a Matera per fargli conoscere il figlio a due o tre mesi dalla nascita. La storia purtroppo non ce l’ha potuta raccontare perché per ragioni di salute aveva perso l’uso della parola”.

 

La scelta di dare un nome e cognome a quelle dodici donne solo nel finale libera il racconto, mai retorico, da ogni protagonismo lasciando parlare i fatti. Indirettamente ne esce fuori anche un ritratto della società lucana al maschile che emerge in tutte le sue contraddizioni e in tutte le sue deficienze. Ogni parola di ciascuna intervista, e quindi del racconto, diventa pesante, per la ricchezza emotiva delle testimonianze e per la forza interiore di quelle donne. Un documento importante, che meriterebbe una lettura non episodica. Non sono mancate le iniziative di diffusione, ma l’emergenza Covid ha limitato molto lo sforzo e ridotto le occasioni. “Avremmo voluto realizzare progetti con comunità di lucani all’estero. Per questo – conclude Manuela Taratufolo – abbiamo chiesto alla Fondazione Matera 2019 di creare corridoi in tutta Europa e non solo. Una volta rientrata la pandemia, vogliamo rimetterci al lavoro per rendere “La forza inconsapevole delle donne”  patrimonio comune. Il mio desiderio è che lo adottino le scuole, dove avevamo già immaginato di poter cominciare un percorso di educazione civica, prevedendo la visione del documentario come una lezione sulla parità di genere”. Oggi, nella giornata internazionale della donna, il documentario è stato presentato agli studenti del liceo classico “Duni” di Matera, in un incontro sulla figura di Tina Anselmi, organizzato dall’Ordine degli Avvocati e dal Consiglio forense, in collaborazione con le associazioni Aiga, Adgi, Unione Forense per i diritti Umani e la Fondazione Aiga Bucciarelli.

Ultime News

Write a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *