di GIANFRANCO MONTEMURRO E ROBERTO LINZALONE

Riavvolgiamo il nastro.

4 marzo 2020: il cineteatro comunale “Gerardo Guerrieri” di Matera, nell’ambito de “Il Cineclub”, la trentennale rassegna settimanale di film d’essai, proietta “Il lago delle oche selvatiche”, un ermetico noir cinese in concorso al Festival di Cannes nel 2019.  Poche poltroncine occupate, ma chi un po’ conosce le rassegne d’essai nelle piccole realtà, sa che dagli spettatori affezionati che si può testare la longevità di una manifestazione culturale. Tutto normale. Era quel 4 marzo, a non essere un giorno come un altro. Talvolta, si fa fatica a credere che l’umore collettivo di una comunità possa contaminare un spazio pubblico. Che possa, nel caso di una sala cinematografica, assorbire le energie di un luogo di raccoglimento creato per funzionare come una bolla separata dagli spossanti impieghi quotidiani. Eppure, quella sera, proveniva dall’esterno un senso di sospensione e irrealtà. Nell’aria, una calma apparente e insieme la consapevolezza di star partecipando, seppur passivamente, a un momento storico, di transizione. 

Cosa stava succedendo lì fuori?

L’ondata epidemica di SARS-CoV-2 originatasi a dicembre 2019 a Wuhan, in Cina, aveva da qualche settimana raggiunto l’Europa e il mondo. Di lì a qualche giorno, il Governo a trazione Cinque Stelle – PD guidato dal premier Giuseppe Conte, avrebbe introdotto il primo di una lunga serie di DPCM volti a regolamentare (e limitare) il nostro stare in società e modificare quegli automatismi comportamentali che tutti, sin da piccoli, si portano dentro. Queste misure straordinarie, di riflesso, si sarebbero infiltrate anche nel lessico. Vocaboli come pandemia, contagio e coprifuoco, che fino a quel momento avevamo imparato a conoscere grazie a tanta letteratura distopica e qualche manga giapponese, si univano a inglesismi come lockdown e arricchivano con una nota macabra il nostro parco linguistico-espressivo. Erano parole nuove che di colpo assumevano un peso specifico nella realtà di oggi (e di domani) e si accompagnavano a una più ampia e mesta riflessione: non le guerre nelle aree del Medioriente, non la più che decennale crisi economica e nemmeno i disastri climatici, ma una particella infinitesimale chiamata Covid-19 stava rimappando l’assetto del mondo e la relazione dell’individuo con esso.

Stava cambiando tutto? O qualcosa era già cambiato?

Una scena del film “The Canyons” (2013)

In uno dei film più lucidi e sintomatici del nostro tempo, “The Canyons” del 2013, scritto da Bret Easton Ellis e diretto da Paul Schrader, il regista statunitense fa una precisa scelta di campo: scorrono, con i titoli di testa, istantanee di cinema deserti, sale cinematografiche consumate dall’abbandono, architetture di movie theater in rovina. Una visione da fine del mondo. Il film è la storia di un intrigo tra millennials depressi e nevrotici, ma quello che in superficie sembra essere un morboso thriller erotico che si rifà alla tradizione del Brian De Palma anni ’80, è in realtà una articolata riflessione sull’atto del guardare, oggi, nel XXI Secolo. Su cosa significhi guardare, nell’;epoca della pervasività e della massificazione dei media digitali nelle nostre vite. Sul ruolo del Cinema (e dei cinema) in questo passaggio evolutivo che ci vede sempre più complementari ai dispositivi portatili. Ha senso ancora oggi parlare della sala cinematografica come luogo esclusivo di condivisione quando il mercato e l’innovazione tecnologica hanno introdotto piattaforme e interfacce che consentono allo spettatore di relazionarsi diversamente con l’;audiovisivo? Nonostante la smisurata consapevolezza teorica di Ellis e Schrader, siamo certi che neanche il più fecondo talento creativo avrebbe potuto preconizzare quello che si sta consumando oggi. Guardando “The Canyons”, però, si aveva nel 2013 la sensazione che i due autori avessero in qualche modo tastato il polso al corpo sociale e intercettato lo spirito del tempo (a venire).

Rebecca Rubin (Variety, 2020)

8 marzo 2020. Il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri viene emanato e sancisce la chiusura di tutte le attività ritenute non essenziali. Fra queste, i luoghi in cui si alimenta il pensiero. Musei. Teatri. Cinema. Prende forma quello stato di cose che oggi, un anno dopo, abbiamo imparato a conoscere. Come in un film apocalittico, le strade si desertificano e il tempo si cristallizza. A pochi passi dall’ingresso del cineteatro comunale di Matera, campeggia il manifesto del film “Doppio sospetto”, un titolo dal retrogusto hitchcockiano che condensa quei sentimenti di paura, sfiducia e paranoia che iniziano a serpeggiare nella comunità colta di sorpresa. Condannato dentro la bacheca a una permanenza che potrebbe essere breve ma anche lunghissima, protetto dal plexiglass trasparente, quello di “Doppio sospetto” ricorda i manifesti pubblicitari di certe città fantasma abbandonate senza preavviso: erosi dal lavorìo del tempo e accasciati su loro stessi, indicano la finestra temporale, il quando è accaduto, come orologi con le lancette inchiodate.

Oggi, marzo 2021. Scorrono sulla home di Facebook e sulle pagine di alcuni siti di informazione, le immagini dell’Azzurro Scipioni di Roma. E sono immagini dolorose, perché fanno parte della cronaca di una morte annunciata. Il cinema fondato e gestito da Silvano Agosti a partire dai primi anni ’80, ha incarnato per quattro decadi uno spirito di resistenza attiva nella vita culturale romana, proiettando quelle pellicole altrimenti invisibili nei normali circuiti distributivi. Titoli contemporanei, ma anche rassegne dedicate ai maestri, da Antonioni a Bergman, passando per Bresson e Tarkovskij. Un bastione contro l’abbrutimento. Prostrata dai numerosi decreti di chiusura che ne hanno pregiudicato la sopravvivenza, la storica sala ha spento il proiettore. Stavolta, pare, in maniera definitiva. È il principio di una sinistra tendenza che caratterizzerà il destino di altre realtà alternative come quella del cinema romano? Come si comporterà la filiera degli esercenti per far fronte a una crisi che, divenuta acuta a causa della pandemia, resetterà (e sta già resettando) il panorama di domanda e offerta nell’industria audiovisiva? E lo spettatore? Cosa è cambiato nelle abitudini di quello occasionale o del più accanito nel corso di un anno in cui tutte le certezze sono state messe in discussione?

Non pensiamo che la visione nel salotto di casa di fronte a un 55 pollici ultrasottile con l’audio sostenuto da una soundbar e quella in una sala con schermo da 7×3,5 metri, impianto Dolby surround e centinaia di poltroncine, in termini esperienziali, siano sovrapponibili. Non pensiamo nemmeno si possano confrontare, proprio in virtù delle differenze ambientali che le caratterizzano. Ma è senz’altro un dato di fatto che la sempre più determinante competitività delle piattaforme on-demand, nell’ultimo anno, ha rimesso al centro del discorso il futuro della sala cinematografica come luogo fisico prediletto dove assistere a una proiezione o quantomeno il tema della sua rilevanza sul mercato. Le nomination agli Oscar, la cui cerimonia si terrà il 25 aprile, sono una perfetta cartina al tornasole per comprendere questo gioco di equilibri. Dei film nominati, a prescindere dalle categorie, molti sono stati prodotti dai giganti dello streaming (Amazon Prime Video e Netflix) e destinati, per contratto, sulle piattaforme. Altri hanno trovato canali di diffusione alternativi alla proiezione in sala proprio a causa delle chiusure. Dove i canali alternativi sono, ovviamente, le piattaforme stesse. Come un’eruzione piroclastica, l’entrata in scena del virus ha fatto emergere questa dinamica, certamente non nuova, sbilanciata a favore della tecnologia on demand. Non è difficile immaginare, in un futuro prossimo, l’aumento del potere contrattuale di queste grandi aziende che si farà egemonia. La capacità di influenzare il mercato, puntando tutto sulla quantità dell’offerta (lo stanno già facendo). La maggiore accessibilità, frutto di una combinazione tra competitività dei costi – abbonamenti – e la costante evoluzione dei dispositivi home-theater capaci di avvicinarci all’esperienza in sala. Il vento sta cambiando.  

Goodbye, Dragon Inn (2003)

C’è un bellissimo film di Tsai Ming-liang, girato nel 2003. Il titolo è “Goodbye, Dragon Inn”. È la storia di un vecchio cinema che sta chiudendo per sempre. Resta il tempo per un’ultima proiezione e sul gigantesco schermo passano le immagini di Dragon Inn, un wuxiapian, i film cinesi di cappa e spada. Fuori è notte fonda e c’è una pioggia battente, mentre in sala un pugno di individui, seduti sulle poltroncine nella penombra rarefatta, si fanno testimoni di un ciclo che sta per concludersi. Sono persone in carne e ossa? Sono fantasmi che hanno scelto la sala come ultima destinazione? “Goodbye, Dragon Inn” racconta lo smarrimento, l’alienazione e l’incomunicabilità di persone alla deriva in quella grande metropoli che è Taipei. Sono i grandi temi che da sempre innervano la filmografia di Tsai Ming-liang, ma è significativo che stavolta sia proprio una sala cinematografica ad accogliere e inverare questa parabola fatta di solitudini. Forse perché il Cinema, più di altre forme d’arte, al di là dei generi e dei linguaggi, ha saputo descrivere meglio la mitologia della fine, il sentimento di perdita, la presa di coscienza di stare assistendo a qualcosa che in realtà è già passato. Come una macchina del tempo che non permette di viaggiare, ma solo di rivivere. 

Tornando con i piedi per terra, durante un incontro pubblico tenutosi all’Università della California del Sud, nel 2013, i registi Steven Spielberg e George Lucas sono stati chiamati a interrogarsi sulle sorti che attendono il cinema e l’industria cinematografica tout-court. Per due autori che sono stati in grado di edificare un immaginario oggi universalmente riconosciuto proprio grazie alle possibilità del cinema, dichiarare che è in atto una transizione nel metodo di distribuzione e nella pratica della visione, un cambiamento di fatto inarrestabile, è stata una resa pacifica ma non meno amara. Colpiscono le parole di Lucas: «Ci saranno poche e gigantesche sale cinematografiche. Il biglietto per un film costerà 100, 150 dollari. Il prezzo di uno spettacolo di Broadway o di una partita di football. E il film sarà programmato per un anno». O ancora: «Il cinema indipendente migrerà sullo streaming a richiesta, in rete: film e serie si fonderanno nella televisione su internet».

E allora…che fare quando il mondo è in fiamme?

 

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