Grottaglie: il ritorno dal vivo dei Bluvertigo nella tappa del Cinzella Festival

Grottaglie: il ritorno dal vivo dei Bluvertigo nella tappa del Cinzella Festival

di Sergio Palomba

Per chi è stato un adolescente italiano musicalmente inquieto a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila, i Bluvertigo rappresentano la sintesi perfetta della scena alternativa dell’epoca: un punto d’incontro riuscitissimo tra rock, synth-pop ed elettronica, colti e raffinati ma al contempo acidi e irriverenti.

Ecco perché qualche mese fa, per chi veleggia verso i cinquant’anni (o li ha già superati), la notizia della reunion di Morgan, Andy, Livio e Sergio è arrivata come un’oasi nel deserto della musica italiana attuale.

Il Cinzella Festival ha fatto il resto, permettendo anche ai lucani — soprattutto del Materano — di godere di questo show a un centinaio di chilometri da casa, nella cornice delle Cave di Fantiano, a Grottaglie, il 26 luglio scorso.

Un’afosa domenica sera d’estate si è aperta con il mood cinematico, lisergico e spaziale di Indian Wells, moniker del calabrese Pietro Iannuzzi, che ha spianato la strada agli headliner milanesi.

Saliti sul palco dopo un’abbondante mezz’ora di attesa (unica nota stonata di una serata perfetta), i Bluvertigo iniziano dagli albori, con la doppietta Decadenza e Il dio denaro, direttamente dall’esordio di Acidi e Basi (1995). E una cosa è chiara da subito: Morgan & co. sono in grande forma, alla faccia di chi storce il naso davanti alle reunion relegandole a mere operazioni commerciali.

È la volta de L’assenzio, a ricordare il Sanremo del 2001 conclusosi — come tradizione vuole quando al Festival arriva qualcuno che ha qualcosa da dire e da suonare — all’ultimo posto. Un pezzone che tale era e tale rimane, cui fanno seguito Sono = Sono, la struggente parentesi cantautorale de La comprensione, poi Forse (tutte tratte dall’ultimo disco del 1999, Zero), L.S.D. e Sovrappensiero.

Forse non tutti sanno che, come direbbe la Settimana Enigmistica, il canto finale di Sovrappensiero è di Franco Battiato.

«Viviamo in un mondo in cui non ci sono più né Battiato né David Bowie — sentenzia Morgan dal palco — come possiamo fare senza di loro?»

Ma è proprio grazie a band come i Bluvertigo che si riesce a sopravvivere. Lo dimostra il fatto che — come aggiunge il frontman — sono serviti trent’anni per essere compresi. Meglio tardi che mai. E per fortuna stasera di tempo ce n’è ancora. Così arrivano (L’arte dei) miscugli, L’eretico, Cieli Neri e l’unica cover della setlist, Love is the Alien, omaggio all’altro grande amore dei quattro: il Duca Bianco.

La crisi e Zero scivolano via veloci e Morgan ci saluta, ricordando che sul palco si è aggiunto a loro Lele Battista, che proprio Marco Castoldi allevò all’epoca de La Sintesi.

Richiamato a gran voce, Morgan anticipa la band imbracciando una chitarra acustica per un medley spiaggia-style di Iodio-Ilmiomalditesta-Salvaluomo, fino alla chiusura ottimistica con Altre FDV.

«È praticamente ovvio che existano altre forme di vita», intona il pubblico delle Cave, mentre io vado oltre l’ottimismo ontologico della canzone. È praticamente ovvio che esistano altre forme di musica: i Bluvertigo ce lo ricordano, così come stanno facendo i Litfiba di 17 re e faranno i CSI. E l’auspicio è che stavolta siano tornati per restare perché in Italia, allo stato attuale, la musica è soltanto una nota stonata accordata con l’autotune.