di Sergio Palomba
Nessuna garanzia per nessuno. Questo monito è destinato e risuonare a lungo tra le pietre millenarie di Egnazia dalla notte del 2 settembre, a ventinove anni e un giorno dall’ultimo disco in studio di una band che è tornata a suonare live quando tutti, o quasi, avevano da tempo perso le speranze.
Il parco archeologico affacciato sul mare non ha fatto da semplice cornice: ha amplificato un cortocircuito temporale. La musica e i testi dei CSI suonano oggi con una spietata, quasi feroce attualità. Non sono invecchiati; si sono limitati a decantare come il vino buono, caricandosi di un’aulicità che scansa ogni tentazione di sbadata nostalgia. Davanti a un pubblico anagraficamente maturo — schierato come un plotone di manifestanti pacifici per un’azione di resistenza civile e culturale, giunto in massa da diverse regioni d’Italia e con una folta rappresentanza partita anche dalla vicina Basilicata per questo unico appuntamento del Sud continentale — l’impressione è stata quella di una liturgia laica.
In un’Italia che ha smarrito la bussola e la propria direzione autoriale, Egnazia è stato il Locus amoenus di insubordinazione collettiva verso l’omologazione.
Sul palco, quel ritorno ha preso la forma di un incontro tra vecchi amici che si ritrovano tutti insieme dopo anni (per l’esattezza ben 24), bagnandosi la gola con un sorso di vino tra un brano e l’altro, come in un’osteria laica e sacra insieme. C’è Giovanni Lindo Ferretti volutamente dimesso, spoglio di ogni orpello, che affida alla coralità — profondamente liturgica — della sua voce la gravità del presente. Non c’è finzione, solo il peso di una confessione collettiva. C’è Ginevra Di Marco, custode di un’essenza vocale che si è fatta via via sempre più sublime, e Massimo Zamboni, sereno e a sua volta volutamente dimesso — come se avesse già incamerato la forte botta di adrenalina della recente reunion dei CCCP — pronto a custodire il momento con la giusta misura. I loro sguardi si intrecciano, complici e fitti, molto più dei gesti, in un fil rouge di silenzi e intese che vale più di mille parole, come con la platea. Giorgio Canali non fa sconti, ricordando a tutti che il noise, la distorsione e i feedback delle sue chitarre hanno segnato la strada del rock italiano dai Novanta in poi; Francesco Magnelli splende di una felicità semplice e irripetibile; più defilato, Simone Filippi alla batteria è perfetto nell’integrarsi in un ingranaggio storico così denso.
Se negli anni Novanta i CSI erano stati il punto di riferimento di un’intera generazione, oggi il loro ritorno suona come una nuova evangelizzazione musicale. L’antidoto alla lobotomizzazione culturale che sta portando allo sfacelo il paese passa per la restituzione di valore alle menti pensanti. E a fare da architrave a questa estate irripetibile, vissuta a cavallo delle sue creature più grandi, c’è Gianni Maroccolo.
Maroccolo è la musica alternativa italiana e, al contempo, l’alternativa della musica italiana. L’uomo che ha scandito i capitoli decisivi dei Litfiba, l’ultimo dei CCCP, l’alba dei CSI e dei PGR. D’un tratto, quest’anno si è ritrovato a vivere un ritorno duplice e potente – la congiuntura e la congiunzione perfette – dimostrando che tutto è davvero possibile e che, come recitava un vecchio mantra dei CSI, ciò che deve accadere, accade.
Quelli che un tempo si congedarono con un “Noi non ci saremo” di gucciniana memoria, oggi ci sono eccome. E ribaltano la sentenza.
Perché è vero: non c’è alcuna garanzia per nessuno. Eppure, in mezzo a quel suono tellurico e a una poesia che non ha perso un grammo della sua urgenza, si avverte una crepa luminosa. La speranza ostinata che i CSI non si fermino qui, che vadano avanti per continuare a tracciarci la via — non solo musicale — della nostra esistenza. Per rimettere in asse una coscienza smarrita, dalla musica alla storia, urlando sottovoce che un altro mondo e un’altra musica sono ancora possibili, probabilmente. Anzi, sicuramente.







